Man Ray, il genio del surrealismo e le donne che hanno ispirato la sua arte

Palazzo Roverella a Rovigo celebra uno dei protagonisti più visionari del ‘900 con una grande mostra di circa 300 opere. Dal 13 novembre 2026 al 31 gennaio 2027, un viaggio nell’universo creativo di Man Ray, tra sperimentazione, fotografia, surrealismo e figure femminili che hanno attraversato la sua vita e alimentato il suo immaginario artistico.

Nella Parigi effervescente del primo dopoguerra, tra gli atelier, i caffè e le atmosfere bohémien di Montparnasse, Man Ray (il cui vero nome era Emmanuel Radnitzky) trovò il terreno ideale per dare forma alla propria rivoluzione artistica.

In quel crocevia di talenti, modelle, intellettuali e spiriti anticonformisti, il maestro del surrealismo coltivò una visione dell’arte libera da convenzioni, nella quale eros, desiderio e creatività si intrecciavano senza tabù. Come gli altri protagonisti del movimento surrealista, considerava la sessualità una forza vitale, una sorgente inesauribile di ispirazione e sperimentazione espressiva.

Tre donne, in particolare, segnarono profondamente la sua esistenza e il suo universo creativo, diventando muse, complici e protagoniste di immagini entrate nella storia dell’arte del Novecento.

A raccontare questi legami, sospesi tra sentimento, fascinazione e ricerca estetica, è la grande mostra promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo a Palazzo Roverella di Rovigo. Un affascinante percorso visivo in cui fotografia, invenzione tecnica, immaginazione e passione si fondono, restituendo tutta la modernità dello sguardo di un artista capace di trasformare la vita in arte e l’arte in una continua provocazione.

Le tre donne di Man Ray: Lee Miller Alice Prin e Juliet Browner

La prima delle tre, Juliet Browner, che divenne sua moglie, Man Ray l’aveva conosciuta in un jazz club di Los Angeles, dove lei ballava. Si prestava anche come modella per alcuni artisti e conosceva i suoi lavori.  Lui, che era da poco rientrato da Parigi, resta affascinato dalla bellezza e dalla disinvoltura della giovane ballerina. “Aveva lineamenti fauneschi e due occhi a mandorla che le davano un aspetto vagamente esotico […]. Ballammo; Juliet tra le mie braccia era leggera come una piuma: aveva studiato danza moderna con Martha Graham.”, ricorderà lui nella sua autobiografia

Nel 1946 si sposano in una doppia cerimonia insieme a Max Ernst e Dorothea Tanning. Pur tra alti e bassi, Juliet sarà per lui una costante fonte di ispirazione. La fotograferà, la disegnerà, la dipingerà come nessun’altra. Entrambi tornano a Parigi nel ’51 e oggi riposano nella stessa tomba nel “loro” nel cimitero di Montparnasse.

Prima di lei, al suo arrivo a Parigi nel 1924, Man Ray perse la testa per Alice Prin, popolarissima con il nome di Kiky di Montparnasse: ballerina, modella, cantante di varietà, protagonista delle notti parigine. “L’ovale perfetto del volto, il seno alto e fermo, la vita sottile, gli occhi ben distanziati, il collo lungo volto, i fianchi stretti e le gambe ben fatte che spuntavano dalla gonna corta non lasciavano intravedere il benché minimo difetto.”

Fu subito passione, che durò, tra alti e bassi, sei anni. Lei si presta all’immaginazione del fotografo che la presenta come odalisca, oppure di schiena con due fori a f disegnati sulla curvatura della schiena in Le Violon d’Ingres (immagine scelta come manifesto della mostra rodigina).

Nella serie Noire et blanche, condivide l’immagine con una maschera africana in una composizione sensuale. Man la incoraggia a disegnare e dipingere, ma lei è indipendente e finirà per staccarsi da lui nel 1927 per perseguire altre avventure. La sorte non le fu favorevole. Dopo aver incarnato uno spirito libero e irreverente, ed essere stata musa di molti artisti, diventando lei stessa l’icona della femminilità del Surrealismo, finirà la sua vita povera, distrutta dalla droga e alcol.

La terza, Lee Miller, Man Ray la incontra al Bateau Ivre, uno dei bistrò più amati dagli artisti a Parigi, ed è subito fuoco. Tra il 1929 e il 1932 i due vivono una relazione al calor bianco, che segnerà le vite e le carriere di entrambi. Lei diventa sua allieva e dimostra grande talento e altrettanta originalità. È bellissima e talentuosa. Diventa reporter di guerra, sarà la prima ad entrare a Dachau appena liberata. Restano storiche anche le immagini che David Sherman scatta di lei mente fa il bagno nella vasca di Hitler.  I ritratti della Miller realizzati da Man Ray colgono non solo la sua bellezza, ma anche l’essenza del loro rapporto e della loro collaborazione artistica.

Le altre figure femminili che ruotarono attorno a Man Ray

Oltre a queste tre donne, che lui stesso considerò le più importanti della sua vita, ruotarono attorno a lui diverse altre figure femminili come la bellissima ballerina e modella Arienne Fidelin.

A proposito di questo incontro, Man Ray annota: “A onta della decisione di non legarmi mai più a una donna, m’innamorai di Adrienne, una splendida ballerina mulatta originaria della colonia francese della Guadalupa. Eravamo innamorati”.

L’elenco potrebbe continuare a lungo. Con incontri e collaborazioni anche con donne che, come Meret Oppenheim divennero protagoniste del movimento surrealista del Novecento.

In mostra, in uno scatto lei è nuda davanti a una finestra, mentre Man Ray appare come un’ombra solarizzata dietro di lei. È un’immagine che comunica la complessità del loro rapporto, in cui Oppenheim rifiuta di sentirsi ridotta a semplice modella e rivendica il proprio status di artista.

I numerosi ritratti femminili di Man Ray presenti in mostra non restituiscono soltanto l’eccezionalità del suo talento, ma sono anche testimonianza di quel complesso processo di emancipazione che le donne hanno portato avanti nel XX secolo – tra spinte libertarie e pratiche di negoziazione identitaria – passato anche attraverso le sue immagini.

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